Italia Nostra

Data: 1 Luglio 2011

Il territorio di Capaccio-Paestum va tutelato!

OSSERVAZIONI AL PIANO URBANISTICO GENERALE DEL COMUNE DI CAPACCIO PAESTUM – PUC.

Il 24 giugno 2011 Raffaella Di Leo, nella sua qualità di Presidente del Consiglio Regionale Campano di “Italia Nostra”, ha proposto al Sindaco del Comune di Capaccio una serie di osservazioni in merito al Piano Urbanistico Generale del Comune di Capaccio, pubblicato sul BURC della Regione Campania il 28 Febbraio 2011, aprendo quello che per “Italia Nostra” e per i  soci esperti,  è “il caso Capaccio”.

E che di “caso” debba trattarsi “Italia Nostra” è fortemente convinta, dal momento che l’associazione ha rilevato che l’impegno scientifico/professionale che l’autore ed il suo team hanno profuso in tutte le fasi della redazione del P.U.C., ha conseguito risultati assolutamente deludenti e inaccettabili sotto il profilo della tutela e valorizzazione del territorio.

“Italia nostra”, coerentemente con il proprio decalogo nazionale, evidenzia sinteticamente i principi cui avrebbe dovuto tendere la proposta di PUC per il territorio che è ospitato dalla città antica meglio conservata della Magna Grecia:

–         La città è un bene comune e come tale deve garantire gli interessi collettivi, senza negoziazioni con gli interessi privati.

–         Moratoria generalizzata sulle nuove urbanizzazioni per rigenerare città e campagna.

–         Ripristino della legalità: no ai condoni, no ai piani casa.

–         No agli strumenti che vanificano la pianificazione.

–         Rilancio della pianificazione paesaggistica.

–         Riaffermazione della tutela dell’identità culturale e dell’integrità fisica quale cardine della pianificazione urbanistica comunale.

–         Mobilità sostenibile e integrata: incentivazione del trasporto pubblico e contenimento del trasporto privato.

Rispetto a tali principi e ai temi specifici di azione di Italia Nostra, il territorio di Capaccio-Paestum promuove una cospicua serie di domande alle quali il Piano Urbanistico Comunale proposto non fornisce risposte soddisfacenti. Al contrario si rilevano le seguenti, pregiudizievoli, carenze:

La città è un bene comune e come tale deve garantire gli interessi collettivi, senza negoziazioni con gli interessi privati.

La perequazione, assunta dal PUC di Capaccio-Paestum come criterio fondante, contiene al suo interno l’alienazione degli interessi collettivi. La perequazione assume il punto di vista dell’interesse privato che assurge a ruolo fondamentale per la strutturazione del piano. Il meccanismo è perversamente semplice: la necessità di garantire una dotazione di spazi e attrezzature pubbliche contenendo il ricorso all’investimento pubblico obbliga il pianificatore a “concedere” una quantità di superfici e cubature di edilizia privata.

In questo modo l’interesse collettivo cede il passo a ragioni esclusivamente economiche riducendo il sistema delle scelte a mera contabilizzazione notarile di superfici da cedere in cambio di volumi da edificare. Fare questo significa conferire alla proprietà immobiliare un potere contro le decisioni pubbliche.

Moratoria generalizzata sulle nuove urbanizzazioni per rigenerare città e campagna.

Il Puc di Capaccio-Paestum non assume alcuna necessità di contenere (nello spazio o nel tempo) il consumo di suolo. Al contrario le urbanizzazioni presenti all’interno del PUC, come le nuove infrastrutture viarie, sono dimensionate con l’idea che la mobilità veicolare privata sia l’unico modello praticabile e consegnando un disegno dettagliato di immaginifiche strade di decine di metri di larghezza. Oltre al dimensionamento che già da solo muove più di una perplessità, è il modello di mobilità che si propone che è la negazione di una ricerca sostenibile e integrata.

Si ritiene apprezzabile il tentativo di introdurre nel PUC un sistema di percorsi ciclopedonali ma quelli proposti sono legati a pochi aspetti della fruizione del territorio (limitati all’uso turistico e ricreativo) e non propongono un vero modello di mobilità alternativa ovvero consentono di contenere il trasporto privato con un sistema integrato e alternativo di scelte.

La forma del Piano; Paestum senza il suo territorio

Il PUC registra la presenza di centinaia di microzone “B” in parte indicate come sature e in parte oggetto di completamento; una frantumazione che nasce dalla forma del precedente piano ma che il PUC proposto non contrasta limitandosi ad assumere come inevitabile e finendo per esasperarla.

Paestum non è solo la limitata porzione di spazio racchiusa dalle mura. Il territorio di Paestum si estendeva ben oltre il Sele e il Solofrone. In sintesi, è l’intero territorio di Capaccio che rientra all’interno del più vasto territorio di pertinenza di Poseidonia/Paestum (la chora pestana) e che non trova giustizia nell’attuale forma del PUC. Il PUC ha la pretesa di risolvere tutto all’interno di sé mentre è solo un piano paesaggistico per un ambito molto più ampio del territorio comunale che può restituire tale complessità. Il PUC nega il ruolo di un Piano paesaggistico sovraordinato e non ne sollecita la formazione.

Le Norme tecniche di attuazione sono troppe, scritte in modo complesso e farraginoso. Oltre ogni giudizio di merito, un tale articolato comporterà un’attuazione altamente discrezionale e quindi, nella migliore delle ipotesi, sarà fonte di contenzioso in sede amministrativa tra i privati e il comune.

La forma della città.

È vero che i processi storici hanno portato Capaccio verso una forma spaziale diffusa ma, anche in questo caso, l’organizzazione che nasce dal precedente piano non trova nel PUC un progetto unificante. Il Puc assume come inevitabile l’attuale organizzazione delle borgate limitandosi a proporre soltanto una serie di opere infrastrutturali che potenzieranno il ruolo connettivo ma non saranno il progetto unificante che il territorio meritava.

Il suolo che non c’è più

La zona agricola rischia di soccombere sotto la pressione edificatoria che il PUC dispiega. I “Paesaggi Agrari” di Capaccio-Paestum, i tanti paesaggi rurali che hanno reso celebre il territorio, e che sono il risultato di processi storici e costituiscono una risorsa economica fondamentale, rischiano di scomparire a causa del PUC. Invece di contrastare con forza la violazione dei territori tutelati e promuovere l’edilizia nel rispetto delle regole dell’ambiente e del paesaggio, il PUC dissemina diritti edificatori ovunque riducendo addirittura le zone di tutela del precedente piano (E3) a scapito di nuove possibilità edificatorie.

Un esempio incomprensibile di edificazione in zona agricola proposto nel PUC è rappresentato dalla previsione nella valle del Cannito di un nucleo insediativo a prevalente uso sportivo ad opera di promotori privati. Assumere in aree protette la riqualificazione attraverso progetti mirati alla costruzione di servizi e di edificazioni è una posizione da contrastare senza incertezze.

L’abusivismo incompleto

Da una prima lettura e con gli strumenti e le conoscenze a disposizione, non sembra che sia stata effettuata una ricognizione completa delle zone interessate dall’abusivismo edilizio.

Deve qui rappresentarsi una preoccupazione legata al fatto che non vi sia, al di là della completezza delle analisi, una visione netta di contrasto dell’abusivismo edilizio nel PUC. Le norme di attuazione propongono strumenti “condivisi” per auspicare l’autodemolizione di limitate porzioni di volumi (specialmente nella zona sottoposta a vincolo dalla legge 220 del 1957 la cosiddetta Zanotti Bianco)  rimandando il giudizio di compatibilità dell’esistente con gli obiettivi del piano. Sembrerebbe un modo per procrastinare l’inevitabile abbattimento di strutture abusive e insanabili e consentire una sorta di “limbo normativo” che potrebbe concedere vantaggi in sede di ricorsi amministrativi ai privati abusivi.

Il fatto stesso che alcune acclarate lottizzazioni abusive in zona agricola siano state perimetrate e classificate con zone omogenee diverse dalla precedete zona agricola all’interno della quale ricadevano, sembra proporre una sorta di “sanatoria” comunale incompatibile con le leggi dello Stato.

Una grave impostazione che sospende ogni azione riparatrice del paesaggio violato!

“Italia nostra”, sorpresa dell’interruzione avvenuta da oltre tre anni del promettente confronto con l’Amministrazione, con altre rappresentanze cittadine e di autorevoli istituzioni e con i redattori del P.U.C. che avrebbe potuto portare alla maturazione di una impostazione totalmente diversa da dare a tale fondamentale strumento di sviluppo del territorio, sottolinea con forza e decisione l’esigenza che si ricorra ad un Piano di livello superiore, come quelli che vanno ormai diffondendosi nella cultura e nella prassi urbanistica italiana, definiti “di area vasta”, che coinvolga i Comuni confinanti, caratterizzati tutti da una stessa, precisa identità.

È  proprio attraverso un Piano espresso da un ambito geo-sociale più vasto che non quello di un singolo Comune – certamente arricchito dagli apporti della cultura urbanistica più evoluta della quale possono essere portatori gli stessi autori del P.U.C. – che potrà essere tutelata  l’identità così complessa nella forma più adatta per confrontarsi con altre ipotesi pianificatorie che, promanate da sedi istituzionalmente sovra ordinate, potrebbero compromettere proprio quella identità.

TANTO PREMESSO

Per le motivazioni espresse in precedenza, il Consiglio Regionale Campano di “Italia Nostra” ha proposto la presente osservazione/opposizione al Puc chiedendo al Consiglio Comunale di Capaccio di rinviare il Piano proposto al professionista incaricato con il precipuo compito di riformulare sia i dati contenuti nelle norme di attuazione sia l’apparato cartografico a corredo della proposta di PUC specificandone i dati urbanistici di variante con particolare riguardo ai temi precedentemente esposti che, per l’associazione “Italia nostra” rappresentano condizione irrinunciabile per la tutela del territorio di Capaccio-Paestum.

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