Italia Nostra

Data: 25 Novembre 2013

Gli stadi come cavalli di Troia di un’urbanistica scriteriata (e criminale)

22 Novembre 2013

Ci si fa schermo dietro le esigenze degli stadi italiani, strutturalmente vecchi e inadatti alle mutate esigenze del calcio e dello sport di oggi, ma si lavora in realtà ad operazioni edilizie completamente estranee alle esigenze del sistema sportivo. E non è la prima volta che accade.

Nel novembre del 2012 così si esprimeva Roberto Della Seta, capogruppo PD in Commissione Ambiente e Territorio al Senato:

“Il disegno di legge oggi tradisce completamente il suo obiettivo dichiarato: nasce per aiutare il calcio italiano e favorire la costruzione degli stadi di proprietà ma di fatto avalla una serie di abusi. E’ contrario a tutti i nostri principi in tema di sviluppo del territorio e tutela dell’ambiente. Per questo la linea del gruppo del Pd al Senato e della Presidente Anna Finocchiaro è che la legge così com’è noi non la voteremo”.

Il via libera definitivo a quel ddl non c’è mai stato, a causa di alcuni “nodi”, rimasti irrisolti: la possibilità di costruire a corollario dell’impianto sportivo senza limiti di cubatura o tipologia; poi, le procedura di assegnazione diretta del terreno e dei lavori; ancora, la capienza degli stadi; soprattutto, la tutela dei vincoli urbanistici. Perché quello era il vero tema sul quale era nato lo scontro: l’edilizia residenziale, cioè che insieme allo stadio sorgessero interi quartieri in deroga alle ordinarie procedure di costruzione.

Oggi quella norma, la sua essenza, torna in un emendamento alla Legge di Stabilità (dovrebbe essere ritirato, ma intanto ha fatto capolino, poi si vedrà) nel quale si prevede non solo la costruzione di nuovi impianti sportivi, ma anche di nuovi palazzi o “interventi urbanistici di qualunque ambito o destinazione anche non contigui agli stadi purché sia funzionale alla valorizzazione sociale del territorio“.

Le critiche suscitate nel 2012 sono le medesime di oggi. La struttura sportiva, anche se più composita dal punto di vista delle funzioni di contorno, di quanto finora sia generalmente stato in Italia, rischia di essere il velo dietro il quale si nasconde altro. In particolare a suscitare preoccupazioni è il riferimento agli “interventi urbanistici di qualunque ambito o destinazione anche non contigui agli stadi” con la scusa della valorizzazione sociale del territorio.

In un Paese nel quale è sempre più difficile la pratica del rispetto dei vincoli paesaggistico-ambientali e storico-archeologici nelle loro estensioni sul terreno, che risulta praticamente impossibile dilatare oltre i limiti prestabiliti, è quanto meno singolare il tentativo di rendere sostanzialmente indefinito arealmente il progetto connesso ad uno stadio. Senza contare che non appare chiaro quali possano essere i criteri per accertare che le opere “anche non contigue” siano realmente funzionali alla valorizzazione sociale. L’impressione è che si sia tentata, da parte di alcuni gruppi politici, l’introduzione di una norma, utile soltanto ad operazioni speculative e comunque pericolose, sia per quel che potrebbero contribuire a riversare su alcuni territori italiani, già spesso in avanzate condizioni di dissesto idro-geologico, sia perché creerebbero un precedente in materia urbanistica.

La questione degli stadi merita senza dubbio attenzione, ma non dovrebbe essere usata dalla politica come cavallo di Troia.
Deve far riflettere una circostanza che naturalmente non può essere considerata casuale, e cioè che in due Governi differenti, prima quello Monti ed ora quello Letta, si siano discussi testi di legge sugli stadi contenenti norme riguardanti l’urbanizzazione.

Stupisce poi che una norma così scriteriata sia stata presentata quasi in coincidenza con il disastro provocato dalle forti piogge in Sardegna. Perché quei disastri sono amplificati anche da un utilizzo irragionevole dei territori, da un’urbanizzazione abusiva, colpevolmente sanata per far cassa, ma anche da un’urbanizzazione regolarmente autorizzata, ma non per questo meno irragionevole. Per questo motivo introdurre una norma che offra la possibilità di costruire nuovi stadi ma anche molto altro, dove più è conveniente per chi si intesta l’operazione, sembra un non sense. Un progetto tutt’altro che sostenibile. Probabilmente si farà marcia indietro anche questa volta. Ma a breve non mancherà un nuovo tentativo. Il “mattone”, nonostante tutto, continua a regalare grandi soddisfazioni, anche e soprattutto alla politica.

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