Mentre in Parlamento prosegue l’iter di revisione della legge 157/1992 sulla caccia, una riforma giudicata da Italia Nostra e altre associazioni profondamente critica e orientata verso una deregolamentazione dell’attività venatoria, il Governo interviene con un ulteriore provvedimento che incide sulla difesa del patrimonio naturale del Paese. Negli ultimi giorni, Aree Marine Protette, Parchi Nazionali e Riserve statali hanno ricevuto comunicazione da parte del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica di una significativa riduzione delle risorse economiche destinate all’esercizio finanziario in corso. Il taglio complessivo si attesta intorno al 23% rispetto ai fondi assegnati nell’anno precedente, incidendo in particolare sulle spese obbligatorie e sul funzionamento ordinario degli enti gestori. Le principali organizzazioni ambientaliste – tra cui Italia Nostra, Blue Marine Foundation, Greenpeace Italia, Lipu, Marevivo, Mountain Wilderness, ProNatura, WWF Italia e Worldrise – denunciano la gravità di una decisione che rischia di compromettere non solo la tutela degli ecosistemi, ma anche opportunità di sviluppo sostenibile per i territori. La protezione della natura, sottolineano, non rappresenta un costo ma un investimento strategico per il futuro del Paese, come riconosciuto anche dalla Costituzione italiana.
La legge di Bilancio 2026
La misura deriva dalle riduzioni previste nella Legge di Bilancio 2026 e non si presenta in maniera uniforme: i tagli variano da area ad area, con alcuni parchi nazionali che subiscono decurtazioni superiori ai 700.000 euro. Una scelta che rischia di compromettere in modo significativo le principali attività di conservazione e valorizzazione svolte dalle aree protette, presidio fondamentale per la tutela della biodiversità e del paesaggio.
I servizi a rischio
Le conseguenze di questa contrazione delle risorse sono immediate e concrete. A essere messi a rischio sono servizi essenziali quali il monitoraggio ambientale, le azioni di conservazione, l’apertura al pubblico, le iniziative di educazione ambientale, la manutenzione ordinaria e straordinaria e le attività di prevenzione degli incendi boschivi, particolarmente cruciali durante la stagione estiva. Non meno rilevanti sono le ricadute sui rapporti contrattuali con il personale e con le imprese incaricate dei servizi, spesso determinanti per garantire la gestione operativa delle aree.
Particolarmente critica è la tempistica del provvedimento: i tagli intervengono a metà esercizio, quando gli enti hanno già programmato e in molti casi impegnato le risorse disponibili sulla base delle assegnazioni consolidate. Questo espone gli enti a seri rischi di inadempienza rispetto agli impegni già presi e rende estremamente difficile qualsiasi pianificazione efficace.
Una scelta in controtendenza
In un contesto segnato dalla crescente fragilità del territorio nazionale, dagli effetti sempre più evidenti del cambiamento climatico e dall’aumento del consumo di suolo, la riduzione degli investimenti nelle aree protette appare una scelta in controtendenza. L’Italia, infatti, è chiamata a rafforzare le politiche di conservazione per contribuire al raggiungimento dell’obiettivo europeo del 30% di territorio protetto entro il 2030, sia a terra sia a mare.
Si tratta, dunque, di una scelta miope che penalizza uno dei settori più delicati e strategici per la resilienza ambientale, economica e sociale dell’Italia, mettendo a rischio un patrimonio naturale di valore inestimabile.





